Il tarassaco: l’erba che aiuta l’organismo scompigliato

Il nome ufficiale Taraxacum proviene dal greco tarakè “scompiglio”, e àkos “rimedio”, questa per indicare cha la pianta è capace di rimettere in ordine l’organismo scompigliato!

Il nome volgare non differisce molto da quello scientifico, Tarassaco, ma essendo una pianta presente, apprezzata e raccolta su tutto il territorio nazionale, ha molti nomi regionali, alcuni di facile intuizione altri meno, con riferimenti alle foglie al frutto, o alle sue proprietà! Dente di leone, Aciciola, Bambagia, Barba du Signu, Brusa oci, Capo di frate, Castracani, Cicoria selvaggia, Dente di cane, Dente di leone, Erva di pirnici , Girasul , Grugno di porco, Ingrassaporci, Pisciacane, Piscialetto e l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo.

Le foglie di tarassaco si raccolgono tra l’autunno e la primavera, giovani e tenere sono buon per essere consumate come verdure, un po’ più in là, in estate si possono raccogliere le radici, pulite e lasciate essiccare sono ottime per preparare tisane e decotti depurativi, ma c’è anche chi attribuisce a questa radice incredibili capacità terapeutiche. Si possono utilizzare anche i boccioli di questa piante e possono essere conservati sott’olio, sotto sale o sott’aceto!





Molti sono anche gli usi terapeutici della pianta conosciuta e utilizzata sin dal Medioevo!!
Ci sono anche delle controindicazioni, innanzitutto il succo che esce dallo stelo può essere tossico, quindi attenzione a non ingerirlo, la pianta può far aumentare l’acidità gastrica, è quindi sconsigliabile a chi ha problemi gastrici, ma anche a chi ha problemi epatici e calcolosi.

Il tarassaco, non utilizza la riproduzione sessuata, ma la partenogenesi, soluzione rarissima nei vegetali, che consiste nel produrre con discrezione un embrione a partire da una cellula del pistillo, senza passare per la fecondazione tra uno spermatozoo e un ovocita. Quindi non gli serve più l’impollinazione. Se produce quei bei fiori gialli che attraggono i calabroni, è solo per far loro piacere. E per dar loro un po’ di nettare, senza chiedere nulla in cambio. Può permetterselo, dal momento che è indistruttibile.

Quando viene tagliato, il dente di leone risorge. Anche se viene estirpato, si ricostruisce partendo dalla minima microradice rimasta nel terreno. Se viene sepolto sotto un cumulo di terra per soffocarlo, invia un lungo fusto, a mo’ di periscopio, fino a raggiungere la superficie, dove poi si trasferisce. Decidiamo di arare il terreno per farlo a pezzi? Ogni piccolo segmento di radice genererà un nuovo dente di leone.”

Giuseppe De Palma









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